Visioni del Mondo

Carlo Bertorello

Psicologia, Psicoterapia, Ipnosi, Meditazione

 

In quale “Mondo” si svolge la nostra vita?

Cosa si intende per questa domanda?

Come mai essa è rilevante?

 

Prima di entrare nell’argomento di questa pagina per rispondere a queste domande mi sembra necessario introdurre un termine di uso non corrente.

 

Il termine è quello di Weltanschauung.

 

A quale concetto esso corrisponde?

 

Il concetto Weltanschauung appartiene alla lingua tedesca ed esprime un concetto fondamentale nella filosofia ed epistemologia tedesca, spesso applicato in vari altri campi.

 

Esso non è letteralmente traducibile in lingua italiana perché non esiste nella nostra lingua una parola che le corrisponda pienamente; con qualche approssimazione questo termine può essere tradotto con locuzioni come “visione del mondo” o “concezione del mondo”.

 

In altre parole il termine Weltanschauung esprime come può essere vissuto il mondo e l’universo vale a dire come il mondo o l’universo può essere vissuto, sentito e sperimentato da un singolo essere umano, un gruppo umano o un popolo.

 

In altri termini la weltanschauung è come un individuo, un gruppo umano, una società, “vede”, “sente”, “concepisce” e può “vivere” il mondo.

 

E’ a tutti gli effetti una proiezione individuale o di gruppo su com’è e come funziona il Mondo, suoi valori di fondo, sulle sue “Leggi” ontologiche.

 

Questa “visione” o “concezione del mondo” può anche essere espressa implicitamente anche da un indirizzo culturale, una filosofia, una religione, un’istituzione ideologica o religiosa.

 

E' caratteristica della nostra società occidentale contemporanea avere relegato questa questione al rango di superstizione e di negare ogni valore a ciò che non si adegua o corrisponde al principio della redditività. Ma in questo contesto non ci soffermeremo su questa questione a livello di società e sul danno che questa povertà porta nella vita degli individui.

 

Così come nel mondo esterno le ideologie, le filosofie, le culture e religioni sono portatrici, ognuna di loro, di una weltanschauung, così ognuno di noi ha una sua personale weltanschauung.

 

Carl Gustav Jung ha spesso fatto uso di questo concetto per descrivere la rilevanza, nei processi di trasformazione e di evoluzione della personalità, del modo di sentire e percepire l’universo nel quale si vive.

 

"Senza cambiare la Weltanschauung (o visione del mondo), egli sosteneva, diventa spesso impossibile ottenere una reale soluzione personale alla sofferenza psicologica."

 

Ascoltando il dolore, la rabbia, l’angoscia e la paura e osservandone la fenomenologia ho potuto notare, nella mia esperienza clinica empirica come emerga sempre, alla loro base un particolare “senso” di com’è il mondo, di come funziona. Vale a dire che la sofferenza si accompagna sempre ad una propria, soggettiva, rappresentazione di come il mondo funziona, secondo quali criteri, “Principi”, “Leggi”, “Norme”, e caratteristiche.

 

Nel concetto di weltanschauung, proprio in quanto “visione” o “concezione” del mondo è in effetti implicita l’idea di un certo ordinamento e dell’esistenza di “leggi” che reggono il mondo di quella weltanschauung, esattamente come nell’universo fisico c’è la legge di gravitazione universale, il principio di Archimede, le legge della caduta dei gravi, ecc..

 

Solo che qui, nella weltanschauung la Legge riguarda gli atteggiamenti ed i comportamenti esseri umani, le ricompense e le punizioni e “regola” tutti gli accadimenti che possono riguardare l’esistenza di una persona anche nei minimi dettagli condizionando così il grado di libertà che ci sentiamo di potere avere nella espressione delle nostre istanze e bisogni più profondi. Questa Legge ha valore ontologico in quanto riguardano il nostro essere nel mondo o meglio il nostro modo di abitare il mondo.

 

Di queste “visioni del mondo” e di cosa ci possiamo aspettare dal mondo esterno a noi, se ne occupano tutte le mitologie, i miti, i racconti, le fiabe e le leggende oltre che, beninteso, tutte le religioni e tutte le forme di spiritualità.

 

Esse ci descrivono come funziona l’universo in cui si situa l’essere umano e da quali “Leggi” è governato. Per rimanere nella tradizione del pensiero occidentale ne sono un esempio i numerosi racconti e testi della Bibbia.

 

Soltanto per fare un esempio cito il Salmo della Bibbia conosciuto come “Il Signore è il mio pastore” i cui primi due versetti recitano:

 

1Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce…”

 

Questi due versetti, per esempio descrivono un possibile senso dell’essere nel mondo: una visione del mondo, del destino umano, in cui D-o (e dunque l’Universo) è amico, si prende cura degli esseri umani e parla di un senso pace, di affidamento, di fiducia nella vita.

 

Nel mio lavoro con la sofferenza umana mi sono invece incontrato spesso con l’assenza quasi radicale di “fiducia esistenziale”, vale a dire con quella paura che pervade la nostra esistenza e che non è riducibile ad una fobia limitata per questa o quella cosa o situazione.

 

Ho dunque scoperto che può essere molto importante chiedersi:

“Quale visione del mondo sento essere alla base del mio essere-nel-mondo?” O meglio: meglio: “In quale weltanschauung è situato il mio essere-nel-mondo?”

 

In quanto esseri viventi proiettiamo sul mondo esterno, inconsapevolmente, inconsciamente ed inevitabilmente, quanto abbiamo sperimentato corso delle nostre esperienze di rapporti con gli adulti, le loro reazioni e le loro emozioni quando eravamo piccoli.

 

E’ come se il nostro cervello tentasse molto precocemente di dedurre una “verità” circa il mondo in cui viviamo partendo dalle nostre esperienze di rapporti, al fine di “proteggerci” e di permetterci di orientarci nell’universo fenomenico.

 

Certamente l’esperienza e la visione del mondo di un bambino di 4 anni non è quello di uno di 8 anni che non sarà quello di quando avrà 15 anni, o di quando avrà 25 anni o 65!

 

Ci può essere nel corso della vita una potenziale evoluzione di questa visione del mondo, dovuta alle nostre esperienze e alla nostra maturazione intellettiva, ma ciò non è ben lontano da essere automatico e spesso rimaniamo ancorati ad una visione del mondo molto “primitiva”, povera e paranoica.

 

Occorre tenere presente che quando siamo piccoli i nostri genitori ci sembrano onniscienti ed onnipotenti; tutto l’universo-mondo è espresso dalla realtà di questi adulti e che quindi ciò che dicono e fanno acquista nella nostra mente di bambino lo status di verità universale, evidente di per sé.

 

Questo tipo di inferenza vale non solo per come i genitori si comportano direttamente nei confronti dei figli, ma anche per come i gli altri adulti che godono della loro fiducia dei genitori ed approvazione si comportano con i loro figli in un epoca della vita in cui essi sono piccoli, immaturi ed indifesi.

 

Ecco qui alcuni esempi:

 

AUn giovane studente universitario con ottimi voti, figlio unico descrive le sue paure e angosce attuali vissute nel rapporto con i suoi coetanei e con il mondo in generale:

 

“… quando mi permetto di essere assertivo una volta tanto, penso sempre che nessuno sarà dalla mia parte, che non ci sarà nessuno a difendermi. Se sbaglio, è finita: essi verranno, mi accerchieranno, mi faranno vergognare delle mie parole e delle mie azioni e, dopo avermi sputtanato sulla pubblica piazza, mi faranno del male e mi uccideranno. Nessuno che mi comprenderà con l’amore di un fratello e che mi sosterrà, perché i miei sbagli sono vergognosi agli occhi di chiunque.”

 

Che “Mondo” viene descritto in queste poche righe? In quale weltanschauung vive questa persona?

E’ un universo totalmente privo di empatia, di pietà.

In queste righe c’è espressa e, purtroppo ben memorizzata, tutta la realtà del mondo emotivo che quel giovane adulto ha conosciuto in casa sua da figlio unico: un Mondo privo di empatia. Certamente i suoi genitori gli vogliono un bene sincero, ma per via delle loro nevrosi sono stati loro stessi apprensivi, insicuri, dominati dal problema del giudizio degli altri, della conferma/disconferma, poco sensibili e empatici di fronte alle difficoltà di ogni ordine del loro figlio.

 

BUn secondo esempio può essere rappresentato da quella bambina di 7 anni, che chiameremo R e che andava a scuola presso un istituto di religiose negli anni ’30.

La scuola era privata e frequentata da persone benestanti, mentre R. era di famiglia modesta e frequentava questo istituto perché sia il padre che la madre lavoravano presso questo istituto in qualità di giardiniere e di portinaia.

Un giorno R. vedendo una nonna che veniva a prendere, all’uscita di scuola la nipote, confidandosi con un’amica aveva commentato , con il linguaggio di una bambina di 7 anni: Guarda quella signora, sembra una strega.”

Le persone anziane, si sa, non sono sempre “belle”... e forse la bambina a detto semplicemente la verità, ma...l’amichetta cosa fa?

Come da prassi, da “brava amica” lo va a dire subito alla nipote della signora anziana, che lo dice alla nonna e… questa si offende! La nonna va dalla direttrice della scuola e pretende delle scuse formali da parte della bambina.

A sette anni, R. per avere confidato ad una amica quella che ai suoi occhi era una ovvietà, viene quindi costretta dalla direttrice a chiedere scusa alla “strega” in ginocchio ed in presenza di suo padre.

Una umiliazione tremenda per lei e per il padre che segnerà non poco la vita di R.

La questione, nel contesto di questo scritto, è la seguente: se è potuto avvenire una simile umiliazione, in presenza del padre, per una cosa che ai suoi occhi era in fondo “innocente”, come pensate che R. abbia imparato a rappresentarsi il “mondo” nei suoi confronti?

Chi mai la difenderà e le comunicherà un senso di appartenenza e di dignità quando il mondo l’aggredirà e la vorrà distruggere nella sua dignità? A quale prezzo si può stare al mondo? Tanto più che suo proprio padre si è piegato al volere della direttrice e non l’ha difesa?

Perché quel padre si sia comportato così non lo so ma so che alcuni anni dopo, in circostanze simili, ma con un'altra età, un'altra esperienza e un altro figlio, avrà una reazione ben diversa.

Ovviamente lascio a voi ogni giudizio sul comportamento di quella direttrice.

 

C - un ragazzo ventiduenne mi parlava del fatto che benchè sapesse bene guidare l'auto si rifiutava di guidarla perchè ogni volta era troppo in ansia, troppo teso ed era, ad ogni occasione era una sofferenza. Invece di rimanere sul piano cognitivo della sua capacità di guida e della tensione gli ho chiesto di descrivere con una metafora ciò che viveva quando guidava un auto. La sua risposta fu immediata: "Mi sento come se dovessi caminare in equilibrio su un filo come fanno i funnaboli". In un attimo mi aveva così comunicato la weltanschaung che faceva da sfondo alla sua paura: nella vita non si poteva permettere il benchè minimo passo falso, il più piccolo sbaglio, pena una catasfrofe come lo sfracellarsi irremediabilmente, morire.

Cito questo esempio in quanto ci mostra come dietro una paura che sembra circoscritta ad un ambito ben definito ci possa essere visione del mondo terrifica, spietata.

 

D Un bambino di 5-6 anni viene inviato per anni catechismo presso un catechista che gode di fama e di autorevolezza nella comunità dei genitori. Questo catechista, pensando di fare chissà che di edificante, durante le sue ore di catechismo ai bambini, si rivolgeva al gruppo dei bambini con fare autoritario, il dito puntato, apostrofandoli con le parole seguenti: “… ricordatevi che è per colpa vostra, dei vostri peccati, che Gesù è stato crocefisso!”.

Quel bambino di 5-6 anni si ricorda ancora adesso, che è diventato un adulto, come, allora, si sentiva schiacciato, terrorizzato. Ma, se era lì in quella parrocchia, mandato per anni dai genitori che avevano stima di quell’adulto autoritario viene da chiedersi come quella mente infantile abbia poi concepito il suo essere nel mondo?

Che visione del Mondo ha contribuito a formare quel catechista?

Personalmente non credo un mondo molto cristiano…

Se, senza avere fatto nulla di speciale un bambino si vede responsabilizzato di una tale infamia e di un tale crimine (la morte del Cristo), con l’assenso dei suoi genitori, si potrà mai sentire libero di stare al mondo manifestando il suo vero essere, di ribellarsi quando serve? Dove mai si potrà sentire libero di andare e di frequentare i posti e le persone?

 

EInfine invito il lettore a leggersi il resoconto, in questo sito, del caso F., un caso in cui la rielaborazione del vissuto traumatico infantile ha implicato per la paziente cambiare la sua visione del mondo, la weltanschauung in cui abita.

 

Quindi, in un lavoro psicologico di trasformazione può essere importante osservare, porre la propria attenzione in quale weltanschauung, in quale visione del mondo viviamo, abitiamo, secondo quali regole e Leggi.

 

Cosa fare per trasformare simili premesse alla propria vita?

 

Ci possono essere più vie, complementari tra loro; non esiste mai una unica via. Qui ne elencherò solo alcune, che possono lavorare in sinergia tra loro.

 

1-Una prima buona risorsa è quella di lavorare sul proprio mondo interiore, sulle proprie esperienze infantili, trovare il modo di nominarle, (cioè di chiamarle con il proprio linguaggio interiore) per poi fare emergere dal proprio mondo interiore un proprio modo di sentire alternativo a quelle esperienze. Anche con la trance ipnotica si può sviluppare un proprio sguardo nuovo sul mondo, e sulle propria possibilità di essere nel mondo.

 

2-Un’altra via, è quella della meditazione. Sedersi, posarsi, e “Semplicemente essere” porta con sé una trasformazione del proprio essere nel mondo.

 

3-Infine a questo proposito, ricordo che per Jung è salvifico riunirsi alla parte di sé che ha radici collettive di appartenenza, di specie, di razza di religione e di filosofia per potere al contempo prendere le distanze dall’ego ristretto e confinato della nostra infanzia.

 

E’ quindi è importante, per potere riformulare le proprie premesse, interessarsi alle diverse weltanschauung che, nel corso della storia, ci sono testimoniate con le filosofie, mitologie e religioni, attraverso i Saggi, i Profeti, i Santi ed i Maestri, i Filosofi.

 

Visioni del Mondo e dell’Essere-nel-mondo alternative a quelle misere, paranoiche, limitate e, lasciatemelo dire, “mortifere” in cui viviamo ancora oggi, dopo centinaia di migliaia di anni di homo sapiens.