Interiorità

Carlo Bertorello

Psicologia, Psicoterapia, Ipnosi, Meditazione

 

 

 

 

INTERIORITA'

 

 

 

Il concetto che qui presento nasce dalla mia esperienza umana e clinica.

 

Nel corso del mio lavoro mi sono accorto che, se volevo aiutare una persona, dovevo per prima cosa cercare di entrare in contatto con il suo modo di sentire, il suo modo di esperire il mondo e la vita e questo per potere parlare la sua "lingua".

 

Ciò può sembrare ovvio ma purtroppo non lo è.

 

In psicologia, in psichiatria e, in genere, in tutte le scienze "psy", ogni disciplina ha il suo "gergo", ovvero la sua terminologia, con la quale tenta di inquadrare ogni fenomeno in modo da riportarlo -"ridurlo" - al suo sistema di spiegazione o alle sue premesse. Questo modo di procedere si chiama in effetti riduzionismo e sono veramente molto rari gli approcci che tengono conto di questo scoglio.

 

Vale a dire essere in grado di tenere ben presente la differenza che passa fra un termine scientifico, che è la rappresentazione di un fenomeno, ed il fenomeno concreto e peculiare rappresentato da quel termine. Per esempio una cosa è chiamare un malessere "panico" o eticchettare una struttura di personalità come borderline e un altra cosa è il reale vissuto di quella specifica persona in quella specifica situazione o realtà di vita.

 

All’università e nella formazione delle numerose scuole di psicoterapia si apprende un corpus dottrinario e concettuale inerente ad una o più teorie che servirà ad “inquadrare” quel comportamento, quellla situazione o quel fatto secondo i concetti della teoria di riferimento. In realtà, così facendo, si finisce per impoverire vissuto del paziente, spesso sovrapponendo alla sua realtà uno schema predefinito, in piena coerenza con quel che si chiama appunto riduzionismo.

 

Invero le scuole di psicoterapia hanno questo di buono, che propongono tutte, attraverso i loro paradigmi dei punti di vista diversi sull’esperienza umana. I diversi paradigmi teorici in psicologia ed i diversi approcci (e ce ne sono veramente tanti!), spesso in lotta l’uno contro l’altro, sono, a mio modo di vedere, come i reagenti in istologia medica. La funzione dei reagenti in istologia è quella di evidenziare e di mettere in luce questo o quel componente di un tessuto organico laddove, senza i reagenti si vedrebbe soltanto ammasso più o meno indifferenziato di tessuto organico. E’ quindi importante conoscerli bene questi paradigmi ma, per la mia esperienza e nel mio approccio, dopo averle ben apprese, sarebbe saggio dimenticarle per potersi aprire all’alterità dell’altro.

 

I concetti sono sempre delle astrazioni, e pertanto possono essere o rimanere perennemente scollegati dal vissuto a cui si riferiscono. In effetti già Kant, nella Critica della Ragion Pura affermava che la teoria senza l'esperienza non è conoscenza. Per esempio possiamo leggere un intera enciclopedia che ci parla del frutto del "Néré" (Parkia Biglobosa - un albero dell'Africa tropicale), dei suoi aromi e delle sue componenti chimiche, ma è solo dopo averlo assagiato che sapremo di cosa si parla. Lo stesso dicasi per una "semplice" fragolina di bosco colta lungo un sentiero.

 

A sua volta Freud aveva evidenziato un meccanismo psicologico, per l'esattezza un meccanismo di difesa, che descrive bene un fattore che concorre a determinare questa difficoltà ad entrare in relazione con il nostro vissuto: si tratta della razionalizzazione. Per fare fronte a realtà spiacevoli ma dalle quali non può sfuggire il piccolo bambino impara precocemente a rappresentarsi i fatti li accadono ed il mondo in cui vive in modo che sia per lui “accettabile” vale a dire vivibile e sopportabile. L’esempio classico è il genitore che, pur volendo bene al suo bambino, è preso dai suoi problemi e reagisce "violentemente" al bambino che sta richiedendo attenzione e relazione. Il bambino, per via dell'immaturità del suo apparato mentale e del suo bisogno di relazione e di appartenenza non è in grado di dirsi, in quel momento, che il suo genitore non sa fare il genitore, che invece di essere una persona amorevole e onnisciente è un essere debole, violento, pieno delle sue paure, che non sa essere empatico e che in quel momento lo rifiuta. Allora, per sopravvivere il piccolo dell'Uomo si convince facilemente all'idea che è lui a non essere abbastanza bravo o a fare soffrire il suo caro babbo o la sua cara mamma con le sue richieste ed esigenze inopportune e sbagliate. Questo perchè è sempre meglio "rappresentarsi" come figlio sbagliato di un valido e degno genitore che pensarsi un figlio buono di un genitore incapace, che non ti vuole bene, anzi che ti può odiare e che con i suoi atti ti rinnega! E’ un meccanismo di difesa che si appoggia sul linguaggio e sulla razionalità, da cui il suo nome, e che tende a diventare, naturalmente e molto comprensibilmente, il modo di relazionarsi con quasi tutta la nostra esistenza anche da adulto.

 

Dunque viviamo tutti, normalmente, direi quasi naturalmente, in un mondo di razionalizzazioni in cui ci rappresentiamo una realtà che solo parzialmente corrisponde a quel che noi viviamo realmente.

 

Mi sono accorto, nel corso del mio lavoro, che se voglio portare un aiuto incisivo e sopratutto duraturo occorre trovare il modo di entrare in relazione con il mondo interno proprio e specifico di chi si vuole aiutare.

 

Passiamo la vita in mezzo ad un fiume di parole, un mare di parole, a volte uno tsunami di parole, ma solo poche di esse ci “toccano” veramente e ci aiutano a comprendere. Quando, insieme al paziente si riesce ad identificare il termine “vero”, vale a dire la parola che è pertinente a quella suo specifico vissuto relativo a quella sua specifica situazione, che corrisponde alla "verità" inespressa che quella persona ha dentro di sè, assisto regolarmente ad una trasformazione della sofferenza e del dolore ed al posto loro emerge come uno stato di pace e raccoglimento in cui la persona rimane come assorta in sé stessa e... non ha più bisogno di parole!

 

Così, nello sforzo di un rapporto che non sia tecnico, formale, ma in primo luogo empatico ed umano mi sono accorto che quella parte del nostro essere che, spesso, in modo un pò vago ed indeterminato, chiamiamo inconscio è in realtà un vero e proprio universo in cui risiedono le nostre ricchezze, la nostra sensibilità, le nostre disposizioni d'animo, i nostri slanci, il nostro Sentire e sopratutto è la sede da cui può scaturire il nostro calore, la nostra poesia, la nostra creatività. Ed è anche la dimensione interna collegata alla vita spirituale e lo dico anche se questo termine "spirituale" è, oggigiorno, piuttosto fuori moda e può apparire poco “scientifico”. (Ma su che cos’è la scienza vi prometto una nuova pagina…).

 

Ma come si può entrare in questo “Mondo interno”? Come si può “toccarlo”, viverlo, entrarci in rapporto?

 

Benchè esso esista è difficile entrare in relazione con questo Mondo interno perchè esso non appartiene al mondo fenomenologico, non è tangile com'è tangibile il mondo degli oggetti o quello del linguaggio o delle ideazioni. E' tuttavia possibile entrare in rapporto con esso attraverso una particolare funzione psichica che è la proiezione, ovvero quella funzione che consiste a dare una forma ai contenuti interni (quelli inconsci, sia quelli rimossi, sia quelli mai espressi).

 

(a seguire......)