Quale approccio?

Carlo Bertorello

Psicologia, Psicoterapia, Ipnosi, Meditazione

 

 

 

 

Quale approccio?

 

Fin dai primi anni dell’Università, ho scelto di orientare la mia formazione in ambito psicodinamico. Mi sono immerso così in varie letture dei testi classici di psicologia psicodinamica, mentre sul versante esperienziale e professionale, ho intrapreso una formazione di tipo psicodinamico, ad indirizzo junghiano, presso la Scuola psicoanalitica Maya Liebl di Pisa, che mi sembrava molto stimolante per la varietà di corsi e seminari che organizzava.

 

Maya Liebl, allieva di Ernest Bernhardt, di formazione junghiana, aveva centrato il suo lavoro sull’attenzione alle variazioni degli stati interiori, sulle loro espressioni a livello psichico, sui processi proiettivi, nonché su una componente della vita psichica definita come “Mondo interno”.

 

Questo mi ha portato a lavorare sul rapporto mente-corpo e corpo-mente, sull’importanza della percezione dei propri vissuti e dei propri stati interiori. Con il tempo ciò mi ha permesso di sviluppare un mio personale approccio al paziente ed alla sua sofferenza basato più sul comprendere che sullo spiegare.

 

Un approccio fenomenologico-dinamico

 

L’ approccio con il paziente vuole dire per me, al di là degli strumenti conoscitivi teorici, in primo luogo, instaurare un approccio umano e empatico con esso e, in secondo luogo, conoscere e comprendere i processi psichici che si celano dietro i comportamenti.

 

Da un lato per me è quindi divenuto sempre più importante, nel corso del mio lavoro, comprendere quello che la persona che avevo difronte stava vivendo in quel momento lì, senza essere io a dare un nome a quei vissuti, sulla base dei miei sistemi razionali strutturati a priori.

 

Dall’altro lato, mi sono sempre chiesto, nella mia attività professionale, cosa aiuta realmente una persona a passare da un modo di affrontare la realtà che genera malessere ad un altro che assicura un senso di tranquillità e saldezza. Quali processi interiori permettono questo cambiamento?

 

Mi sono accorto che il semplice ragionare razionale e il semplice etichettare la causa di un sintomo, in base a questo o quel paradigma teorico, solo raramente bastavano a produrre un cambiamento e sopratutto non corrispondevano a ciò che un paziente desiderava.

 

Un paziente desidera, in primo luogo, che il terapeuta si interessi a lui e non ad etichettare i suoi sintomi.

 

Dal mio punto di vista la psicoterapia non può proprio essere ridotta ad una tecnica o ad un sistema di spiegazioni.

 

Le teorie servono, hanno avuto e hanno un loro valore euristico, ma in realtà nella vita ci si trova difronte a qualcosa di molto più ampio che nessuna spiegazione razionale può abbracciare. Questo qualcosa si chiama fenomeno.

 

Il fenomeno - una persona che ci parla in un preciso momento per esempio - con cui entro in relazione non può essere ridotto a definizioni e/o categorie di tipo cognitivo, relazionale, affettivo, emotivo, ma è sempre un tutt’uno.

 

E’ solo per un processo di astrazione che si separano i vari componenti del fenomeno per studiarli e osservarli, ma è come fare una vivisezione, si prendono alcune parti e se ne lasciano altre.

 

Io cerco invece di osservare il fenomeno nel suo insieme, per come esso mi viene dato e in questo fenomeno non solo c’è la persona, diciamo il paziente, ma ci sono anche io che entro a far parte di questo tutto. Non mi pongo al di fuori, come colui che osserva e valuta e dà dei giudizi o delle interpretazioni, ma sono parte integrante di questo fenomeno.

 

Ho scoperto e verifico continuamente, che, a mano a mano che la persona riesce ad esprimere pienamente il proprio vissuto e riesce a definirlo, a dargli un nome, con il suo linguaggio, un nome che corrisponde al suo vissuto, qualcosa accade, qualcosa cambia.

 

Ho cominciato così a dare sempre più importanza al momento del raccontare della persona, non un raccontare razionale, ma impregnato di affettività, di vissuto, di intensità. Nel racconto che io aiuto a fare, viene rivissuta la carica emotiva e si giunge a dare un nome preciso, non interpretativo o razionale al vissuto.

 

Ho osservato che quando una persona e riesce a nominare esattamente quella cosa che la fa soffrire, allora è come se a quell’evento o a quella sofferenza venisse dato una collocazione nella propria vita, nell’insieme delle proprie esperienze e questo già le fa del bene. (vedi a questo riguardo la pagina “il caso di A”)

 

Nel mio approccio, non è il terapeuta che applica delle etichette o delle categorie, che fornisce al paziente delle interpretazioni che si basano su presupposti teorici, a priori, ma piuttosto il terapeuta è colui che aiuta il paziente a dare il nome ad una sua difficoltà, a ciò che egli vive.

 

Certamente “dare il nome” ad un vissuto non è sempre facile perché il nome va trovato nel proprio particolare mondo fenomenico ed è un già in questo un atto creativo! (Vedi “Ascolto di sé”)

 

Insieme si osserva il fenomeno, ma è la persona che lo colloca nella sua esperienza. In questo processo il terapeuta è come un catalizzatore che favorisce i processi conoscitivi del paziente. (è questo che definisco metodo maieutico)

 

Come mai è così importante dare un nome, definire la propria esperienza?

 

Ho osservato empiricamente che nel momento in cui si riesce a collocare nella propria esperienza un dato evento, persino traumatico, questo smette di produrre sofferenza.

 

Quando un evento, doloroso o traumatico, non è definito, non può essere collocato nella vita di una persona, perché è come se non trovasse un posto, cioè un senso, esso continua a produrre sofferenza e, nel profondo, un senso di solitudine.

 

Entrare veramente in rapporto con il proprio vissuto, in tutta la sua ricchezza fenomenologica, in tutte le sue sfumature, senza le deformazioni ed i veli apportati dai vari meccanismi difensivi e dalla mente razionale, è il primo passo per una trasformazione di tutto il proprio modo di essere, che dà pace e saldezza.

 

Trovo questo approccio alla sofferenza molto più umano, perché ciò che conta è che la persona conosca la propria verità.

 

Quindi da un orientamento iniziale della mia professione che potremo chiamare a carattere psicodinamico, in cui davo molta importanza alle varie teorie interpretative di tanti pensatori, tutte con la loro parte di verità, sono passato, quasi mio malgrado ad un approccio che definisco fenomenologico-dinamico

 

In seguito ho integrato il mio lavoro psicoterapeutico con l’ipnosi ericksoniana, che vedo uno strumento che si affianca all’approccio fenomenologico. (vedi la pagina Ipnosi di questo mio sito)

 

Si può dire che entrambi parlano con lo stesso cervello (il destro). Cioè un parlare in un modo che non è logico, prevalentemente attraverso metafore, che va al di là della logica, sopratutto della razionalità, in una dimensione dove il tempo non esiste più (Nel cervello destro non esiste il tempo).