Il caso di A.

Carlo Bertorello

Psicologia, Psicoterapia, Ipnosi, Meditazione

 

Il caso di A.

 

 

1 - Introduzione: Rielaborazione come “Trovare un nome ai fatti”.

Come mai può essere importante “dare un nome” agli eventi e farlo non mettendo delle etichette o interpretando ma esprimendosi secondo un proprio modo di sentire e di modo di essere?

Nel corso del mio lavoro, interessandomi alla sofferenza umana, mi sono accorto che, ben lungi dall’essere generata dagli eventi esterni che ci colpiscono o accadono nella nostra vita essa, la sofferenza, deriva spesso, in realtà, dalla difficoltà di “collocarli” nella nostra esistenza, di dare loro un posto nel nostro orizzonte interno e nel nostro percorso di in accordo con il nostro proprio sentire, per, in qualche modo, non rimanere come “confusi”, con questi eventi esterni a noi, portatori di "contenuti" che non ci corrispondono.

In effetti non si può essere “contaminati” da ciò che non ci appartiene senza che ciò si accompagni ad un malessere acuto, una sofferenza, una paura e senza tentare in qualche modo di ristabilire l’integrità (nel senso di non contaminazione) del proprio mondo interno.

Da qui i vari tentativi di etichettare, di interpretare gli eventi, i comportamenti propri e quelli altrui, quando questi ci turbano o ci fanno stare male, proprio per darcene una ragione, trovare una pace.

Ma sappiamo bene quanto questi tentativi di “etichettare”, di interpretare, di assegnare all’altro una intenzionalità sia in effetti poco producente se lo scopo è quello di farci ritrovare la pace interiore.

Potere definire, con una parola o una locuzione, un’esperienza, un malessere, un fatto e poterlo fare nei termini del proprio mondo interiore, nel pieno rispetto della nostra sensibilità e sentire, ci permette di ritrovare un nostro senso di integrità, di stabilità e di pace. Perché il fatto viene così a trovare una sua collocazione precisa nel nostro mondo fenomenico. Questo modo di procedere porta con sé la fine della “guerra” con gli altri.

Facciamo un esempio.

2 - Il caso di A.

A. è una giovane signora, laureata brillantemente in discipline scientifiche, sposata e con un’attività lavorativa di responsabilità.

Si presenta all’appuntamento in uno stato di grande agitazione.

Dopo un po’ di difficoltà ad entrare nell’argomento per via del suo stato agitato dice di temere di avere fatto qualcosa di male ma “… non sa che cosa ho fatto e se lo ho fatto e non riesco a smettere di pensare a questo.”

Parla in modo concitato e esprime uno stato di fortissimo allarme, ansia e di paura. Riferisce un senso di oppressione al torace e descrive un disturbo del sonno contrassegnato dalla paura ad addormentarsi in quanto teme che perdendo il controllo possa avere dei comportamenti non buoni. La mimica facciale, la bocca contratta, il tono della voce, l’eloquio a scatti, la gestualità rigida, la postura del corpo, l’abbigliamento denotano una persona non solo molto tesa ma abituata a controllarsi nell’espressione delle proprie emozioni.

Dapprima A. rimane incapace di descrivere in modo più appropriato quali sono questi comportamenti che avrebbe potuto avere o che potrebbe rifare poi, calmandosi un po’, inizia a raccontare cosa è successo.

La signora ed il suo marito frequentano un gruppo di amici con i quali vanno spesso a ballare. Questi sono conoscenti di vecchia data, l’affiatamento nel gruppo è descritto come generalmente buono e sono tutti pressoché della stessa età. In questo gruppo c’è un uomo che ogni tanto, in modo discreto tanto da non farsi notare dagli altri gli fa degli ammiccamenti. Questo signore lo indicheremo di seguito con la locuzione “il conoscente del ballo”.

I “complimenti” di costui, molto discreti a dire il vero, si sostanziano in una mezza frase allusiva che, ogni tanto, questo uomo pronuncia a mezza voce alla signora: “E’ vero….” Accompagnando l’allusione con uno sguardo ed una mimica che fanno capire l’intenzione di fare un complimento. Un comportamento un po’ ammiccante ma anche molto discreto e apparentemente delicato.

A. riferisce che all’inizio ha cercato di non dare importanza a queste manifestazioni tanto più che non prova alcun particolare interesse o attrazione per quel conoscente. Poi, recentemente queste manifestazioni di interesse si sono fatte più frequenti fino a quando, dopo un ballo con lui, il “conoscente del ballo” si è congedato dicendo, come se parlasse a se stesso, ma facendosi ben sentire dalla signora: “E’ proprio vero…!”.

Questa volta l’effetto del commento è stato quasi violento. Ha creato un malessere in A. a cui è seguito un flusso inarrestabile di ideazioni ansiogene accompagnate da acuti sensi di colpa.

Da allora è ossessionata dal pensiero “… di avere fatto qualcosa che non andava” e non basta assolutamente ripassare nella sua mente cosa era successo, osservare che non aveva fatto niente di sconveniente niente che potesse avere incitato l’altro a fare questi commenti e che il suo comportamento era del tutto inappuntabile. “Forse sono io che ho sbagliato e ho fatto qualcosa per provocarlo” è il pensiero che ossessiona la paziente e, se non sa cosa ha fatto “che non andava” allora ne consegue il pensiero che potrebbe di nuovo fare cose che non vanno fatte.

Inoltre, questo episodio ha riportato alla mente della paziente una lieve infatuazione che ebbe alcuni anni fa. Una infatuazione anche questa tenuta sotto controllo e mai manifestata e di cui non ha mai parlato con nessuno. Una cosa che al giorno nostro, confrontato con il costume corrente, apparirebbe come preadolescenziale, “innocente”, ma che la paziente, ha comunque vissuto come qualcosa di vietato, di sbagliato, di profondamente colpevole.

Questa reminiscenza insieme al dubbio di avere fatto recentemente qualcosa che non andava, ha finito per scatenare nella testa della paziente un vero e proprio turbinio emotivo, stato confusionale, con un principio di irrealtà in quanto, secondo il suo riferire, non è più in grado di sapere cosa ha fatto realmente e ipotizza che questa infatuazione di anni addietro, che lei condanna come sbagliata, possa poi essere in qualche modo all’origine del comportamento dell’uomo single che recentemente gli ha fatto le mezze battute amicanti.

A. si arroventa il cervello cercando di comprendere se e cosa può avere fatto involontariamente ed inconsapevolmente che non va bene e che può essere causa remota dei complimenti che le ha rivolto il conoscente del ballo. E per timore di dire o fare qualcosa di sbagliato è giunta ad avere paura di addormentarsi in quanto dormire significava perdere il controllo sulle sue azioni.

Il primo intervento è stato di esaminare la capacità della paziente di valutare realisticamente, vale a dire su un piano di realtà, l’effettiva portata dei suoi comportamenti, anche perché, ad un’indagine più circostanziata, la paziente riconosce di non avere fatto nulla ma il punto era che si è insinuato, nella sua mente, il dubbio che avesse potuto fare “qualcosa che non andava” senza rendersene conto. Questo dubbio la tormenta tutto il tempo, gli crea sensi di colpa e di panico, ed è tanto forte che nelle ultime settimane la paziente si è come isolata, evita di uscire a ballare, rifiuta ogni invito per paura di fare pubblicamente qualcosa di sconveniente.

Propongo quindi alla paziente un lavoro di regressione ipnotica a scopo esplorativo, in modo da avere un accesso diretto al suo vissuto ed al suo mondo emotivo e la signora accetta senza alcuna difficoltà.

All’invito di lasciare che il suo inconscio le presenti un episodio in qualche modo significativo per questo stato di agitazione, mi dice subito, che le è tornato in mente un episodio di quando aveva 4 anni circa.

Nel gruppo di case della frazione di campagna in cui abitava allora viveva un ragazzo di 8-9 anni più grande di lei, quindi sui 12-13 anni di età, che aveva manifestato come un interesse di tipo sessuale per lei, con qualche toccamento attraverso i vestiti e gli aveva chiesto più volte di seguirlo in un luogo nascosto ma lei si era rifiutata, non ci era mai andata.

Nella trance A. riferisce di non avere fatto nulla con quel bambino ma rivive uno stato di malessere, di ansia e di colpa che ha difficoltà a verbalizzare compiutamente. La “piccola” A. confida che la sua sofferenza è perché non sa cosa può avere fatto di male, non sa spiegarsi perché quel ragazzo si è comportato quel modo con lei.

Osservo che come tutti i bambini di quell’età anche A. tende ad addossarsi la colpa di un comportamento di un altro, più grande di lei, comportamento che l’ha fatto stare male. A quattro anni A. non è ancora in grado di separare la sua responsabilità da quella dell’altro.

Ed è perché si sente come corresponsabile di quello che è accaduto e non sa come o dove “collocare” nella sua vita l’accaduto che la bambina ha poi tenuto dentro di sé quell’episodio e non né ha mai parlato con nessuno, nemmeno ai genitori.

Questa prima rievocazione dell’evento traumatico con l’evidente nesso tra il ricordo accaduto all’età di 4 anni e i fatti accaduti di recente, ha l’effetto di calmare momentaneamente l’ansia della paziente ma il suo effetto è di breve durata. Nella seduta successiva la paziente continua a riferire, sebbene in maniera molto attenuata, ansia e senso di colpa.

Quindi si pone la necessità di ritornare ad esaminare il vissuto di M.A. di 4 anni, che continua a mostrare, in trance, sofferenza e ansia per la situazione vissuta, come A. adulta.

Il lavoro sul vissuto di A. piccola ha per scopo aiutarla a rielaborare questa esperienza, stimolando il dialogo interiore tra A. “piccola” ed A. “adulta”.

Finalmente, quando la piccola A. trova, nel suo lessico di bambina, un termine per definire il comportamento molesto di questo ragazzo di 13 anni lo stato ansioso della paziente scema definitivamente e sparisce ogni traccia di ansia e di pensieri ossessivi.

Vale a dire solo quando la piccola bambina di 4 anni ha potuto “dire” al bambino preadolescente che si era comportato in questo modo perché lui era “malato” e che il suo comportamento era “malato”!

Solo allora, infatti la paziente A. ha potuto separare le sue responsabilità da quelle dell’adolescente, comprendendo immediatamente che il bambino ha agito in quel modo non come reazione ad un suo atteggiamento ma in piena autonomia per un qualcosa che egli aveva dentro e che la bambina, nel suo mondo infantile, ha connotato come “malato”.

Solo dopo questo “insight” nei confronti del comportamento del bambino preadolescente A. trova finalmente liberata da quell’ansia e da quei dubbi che, negli ultimi mesi, gli avevamo reso la vita di relazione praticamente impossibile.

Questo caso mostra come avere potuto dare un nome a quel comportamento ha permesso alla paziente di collocare il fatto in un “posto” preciso nel suo universo e nel suo percorso di vita (l’incontro con il comportamento di un altro percepito come “malato”).

Avergli dato una collocazione nel suo mondo interiore, tramite un termine che gli serve a connotare quel comportamento, gli è servito per liberarla per sempre da ogni senso di colpa e di co-responsabilità, per ogni situazione indesiderata, sgradevole nella quale si era o si verrebbe a trovare.

In altre parole la sua coscienza ha acquisito la consapevolezza che non può ritenersi o sentirsi responsabile di azioni indesiderate di un altro nei suoi confronti, soprattutto se sono azioni con una benché minima attinenza alla sessualità.